Sentenze

La Suprema Corte si esprime sul recesso da un rapporto di apertura di credito

La prima sezione civile della Corte di Cassazione, con ordinanza n.29317 del 22.12.2020, ha chiarito che "è legittima la revoca dell'affidamento intimata dalla banca pur dopo avere a lungo tollerato gli sconfinamenti dai relativi limiti da parte del correntista (Sez. 1, Sentenza n. 23382 del 15/10/2013)".

 
In ogni caso, lo stesso Supremo Collegio, richiamando la sentenza n.17291/2016 emessa dalla stessa sezione, ha anche ribadito che “il recesso di una banca da un rapporto di apertura di credito in cui non sia stato superato il limite dell’affidamento concesso, benché pattiziamente previsto anche in difetto di giusta causa, deve considerarsi illegittimo, in ragione di un’interpretazione del contratto secondo buona fede, ove in concreto assuma connotati del tutto imprevisti ed arbitrari, contrastando, cioè, con la ragionevole aspettativa di chi, in base ai rapporti usualmente tenuti dalla banca ed all’assoluta normalità commerciale di quelli in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista redditizia per il tempo previsto e non sia, dunque, pronto alla restituzione, in qualsiasi momento, delle somme utilizzate.
Tuttavia, in punto di ripartizione degli oneri probatori, la Corte, richiamando anche in tal caso altra pronuncia della sezione prima (la n.6186 07.03.2008), ha precisato che “il recesso dal contratto di apertura di credito costituisce una facoltà riconosciuta dall’art. 1845 cod. civ., sicché risulta adeguatamente motivato anche attraverso il mero richiamo a quella norma; è invece la parte che assume l’illegittimità del recesso (ad esempio per arbitrarietà e contrarietà al principio di buona fede) che ha l’onere di enunciarne le ragioni e di fornire la relativa prova nel caso concreto”.


In sintesi, “il debitore il quale agisce per far dichiarare l’arbitrarietà del recesso ha l’onere di allegare l’irragionevolezza delle giustificazioni date dalla banca, dimostrando la sufficienza della propria garanzia patrimoniale così come risultante a seguito degli atti di disposizione compiuti”.

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Nullità del derivato IRS per assenza dell'indicazione del mark to market

Il Tribunale di Firenze, con sentenza n.1865 del 25.08.2020, ha decretato la nullità del contratto derivato di tipo IRS per assenza dell'indicazione del mark to market, atteso che le SS.UU., con sentenza n.8770 del 12.05.2020, hanno chiarito che il MtM è elemento essenziale del contratto.
Ulteriore profilo di nullità accertato dal tribunale toscano è l'assenza di una reale finalità di copertura.

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Nullità della clausola anatocistica stipulata ante Delibera CICR 09.02.2000

Con sentenza n.23853 del 29 ottobre 2020 la Cassazione stabilisce che “In ragione della pronuncia di incostituzionalità dell'art. 25, comma 3, del d.lgs. n. 342 del 1999, le clausole anatocistiche inserite in contratti di conto corrente conclusi prima dell'entrata in vigore della delibera CICR 9 febbraio 2000 sono radicalmente nulle, con conseguente impraticabilità del giudizio di comparazione previsto dal comma 2 dell'art. 7 della delibera del CICR teso a verificare se le nuove pattuizioni abbiano o meno comportato un peggioramento delle condizioni precedentemente applicate, sicché in tali contratti, perché sia introdotta validamente una nuova clausola di capitalizzazione degli interessi, è necessaria una espressa pattuizione formulata nel rispetto dell'art. 2 della predetta delibera (Cass. 19 maggio 2020, n. 9140)”.
Trattasi di principio già affermato (in parte con percorsi argomentativi diversi) sia da Cassazione n.26779 del 21.10.2019 sia da Cassazione n.9140 del 19.05.2020.

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Il diritto sancito dall’art.119 TUB può essere esercitato in corso di giudizio

Con ordinanza n.24181 del 30.10.2020, la Corte di Cassazione ha chiarito che l’esercizio del diritto sancito dall’art.119 TUB – concernente la richiesta di documentazione bancaria – può avvenire in qualsiasi momento, anche in corso di giudizio, ed anche ad opera dei fideiussori.

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Sui piani di ammortamento elaborati in regime di capitalizzazione composta

Con un’importante pronuncia – la n.1890 del 03.11.2020 – la Corte d’Appello di Bari si è espressa sul dibattuto tema della validità, ovvero invalidità, dei contratti di mutuo che prevedono il criterio di ammortamento alla francese elaborato applicando il regime della capitalizzazione composta degli interessi in assenza di esplicita pattuizione contrattuale.

La Corte, mediante la pronuncia in questione, giudica affetta da nullità – per indeterminatezza ex artt.1346 e 1418, comma 2, c.c., nonché per violazione della forma scritta ex art.117, comma 4, TUB – la clausola interessi che prevede l’esplicitazione, in contratto, del solo TAN del rapporto, senza alcuna indicazione né del TAE né del regime finanziario impiegato per l’elaborazione del piano di ammortamento.

Di particolare interesse è quanto rilevato dal Collegio, secondo cui “a parità di importo finanziato, di TAN contrattuale, di durata del piano di rimborso e di numero di rate, due prestiti, a seconda del regime di capitalizzazione, produrranno un costo del tutto diverso, “che risulterà decisamente più alto in regime di capitalizzazione composta, mentre sarà indiscutibilmente più ridotto in regime di capitalizzazione semplice””.

La dedotta circostanza, difatti, cela l’applicazione di costi occulti che, in quanto tali, sono certamente illegittimi (la pronuncia, sul tema dei “costi occulti”, richiama la recente sentenza n.8770/2020 resa a SS.UU. dalla Cassazione in tema di contratti derivati).

Non vale a sanare il vizio contrattuale la predisposizione del piano di ammortamento (nel caso affrontato dalla Corte allegato unicamente all’atto di erogazione e quietanza e non anche al contratto di mutuo), “il quale costituisce solo l'esito numerico finale dell'applicazione di criteri e parametri di calcolo del tasso di interesse mai esplicitati in contratto".

Dichiarata la nullità della clausola interessi, la Corte ha ritenuto che il rapporto di mutuo dovesse rielaborarsi facendo applicazione del meccanismo di eterointegrazione normativa prevista dall’art.117, comma 7 TUB.

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La banca non è esonerata dall’assolvimento degli obblighi informativi

Con ordinanza numero 18153/2020, la prima sezione civile della Corte di Cassazione ha stabilito che “non ha pregio la tesi secondo cui, in presenza di un investitore pur aduso ad operazioni finanziarie a rischio elevato, che risultino dalla sua condotta pregressa, la banca sia esonerata dall’assolvimento degli obblighi informativi, prescritti in generale senza eccezioni dall’art.21 d.lgs. n.58 del 1998, con le relative specificazioni regolamentari”.
Difatti, secondo l’art.28 reg. Consob n.11522 del 1998, gli intermediari autorizzati non possono effettuare o consigliare operazioni o prestare il servizio di gestione <>.
In sintesi, secondo il Supremo Collegio, “obbligo primario dell’intermediario è offrire la piena informazione attiva circa la natura, i rendimenti ed ogni altra caratteristica del titolo, non potendosi affatto presumere che l’investitore debba necessariamente cogliere tutte le implicazioni di un dato investimento solo perché in passato abbia già acquistato azioni o altri titoli sebbene a rischio elevato”.
In tema di oneri probatori, la Cassazione ha chiarito che “l’art.23, comma 6, d.lgs. n.58/1998 prevede un’inversione dell’onere della prova in favore del cliente, spettando all’intermediario di provare di aver agito con la specifica diligenza richiesta: dunque, grava sulla banca l’onere di dimostrare, in particolare, di avere correttamente informato i clienti sulla natura, i rischi e le implicazioni della specifica operazione o del servizio”.
In ultimo, con riguardo alla prova del danno subito, la Corte ha chiarito che “se è certamente vero che il danno derivante dall’inadempimento degli obblighi informativi non può mai considerarsi in re ipsa, tuttavia - in assenza dell’assolvimento dell’obbligo informativo - sussiste una presunzione dell’esistenza del nesso di casualità, quanto all’avvenuta effettuazione di una scelta non consapevole da parte dell’investitore, i cui effetti giudiziali non possono pertanto essere ascritti alla sua volontà”.

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La Cassazione pone fine al cosiddetto filone giudiziario dei "mutui usurari"

Le sezioni Unite, con la sentenza n.19597 del 18.09.2020, hanno di fatto messo termine al cosiddetto filone giudiziario dei "mutui usurari", filone che per alcuni anni ha visto convenire in giudizio gli istituti di credito per aver concesso mutui prevedenti un tasso di mora superiore alla soglia stabilita dalla legge n.108/1996 (cosiddetta legge antiusura).

Con tale pronuncia, difatti, gli ermellini da un lato hanno attribuito giuridica rilevanza - ai fini dell'individuazione della soglia di usura degli interessi moratori - alla nota maggiorazione del 2,1% indicata nel 2002 dalla Banca d'Italia a seguito di una rilevazione statistica sulla maggiorazione mediamente praticata dagli istituti finanziari in caso di ritardo nei pagamenti, dall'altro lato hanno stabilito che anche in ipotesi di usura del tasso di mora (usura che di fatto non si verifica mai se si tiene conto della ridetta maggiorazione ai fini della determinazione della soglia di usura dei moratori) al mutuante sarebbero dovuti - ex art.1224 c.c. - gli interessi di mora nella inferiore misura del tasso corrispettivo legittimamente convenuto.

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